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Gazzetta del Mezzogiorno
19 Aprile 2008

A Giovinazzo oggi la premiazione dei migliori racconti dedicati al mare


 

 
     

“Quando i Romani andavano in America” di Elio Cadelo.

Povero Cristoforo Colombo! Oggi è sempre più dubbio che sia stato davvero il navigatore genovese ad arrivare per primo in America. Da tempo diverse ricerche scientifiche attestano che i primi scopritori del nuovo continente furono i vichinghi e, in particolare, quel grande navigatore cantato in tutte le saghe nordiche che è Erik il Rosso il quale ci arrivò intorno all'anno mille. Due manoscritti scandinavi del XIII secolo, noti come la «Saga dei Groenlandesi» e, appunto, la «Saga di Erik il Rosso», raccontano di cinque diverse spedizioni dalla Groenlandia a Vinland («Terra delle viti»). I viaggi, che si svolsero nell'arco di un decennio, furono organizzati da due figli, una figlia e una nuora di Erik il Rosso, il capitano che nel 984 aveva fondato la prima colonia in Groenlandia.

Ma c'è di più, un libro fresco di stampa per i tipi della Palombi Editore dal titolo “Quando i romani andavano in America” dimostrerebbe, invece, che il primato spetterebbe alle triremi dell'antica Roma. “ Antiche civiltà marinare, tra cui quella romana – scrive l'autore del libro Elio Cadelo – erano già sbarcate nelle Americhe lasciando numerose tracce come monete, statuette, tombe ed anche una nave. Per quanto riguarda i romani l'autore rivela che conoscevano la scienza nautica e avevano anche navi adatte per attraversare l’oceano Atlantico.

I Romani, spiega lo studioso, furono grandi navigatori. Ad est commerciavano con l'India, la Cina e l’Indonesia: le loro esplorazioni raggiunsero e superarono la Nuova Zelanda; navigarono lungo le coste atlantiche dell’Europa fino alle Orcadi, l’Islanda ed oltre. In Africa sono state trovate tracce della presenza romana nello Zimbabwe e lungo le coste orientali. Questo è quanto ci dice la vulgata, ma in età imperiale i marinai romani raggiunsero anche l'America, che i geografi del tempo ritenevano essere la «terza India». Equivoco che rimarrà anche dopo la scoperta di Colombo. I ritrovamenti archeologici e molti passi della letteratura latina parlano di nuove terre (o isole) ad ovest e provano che i Romani conoscevano bene cosa ci fosse al di là delle colonne d’Ercole. Un testimone attento del tempo, Plutarco, scrive che «a cinque giorni di navigazione dalla Britannia, verso occidente, ci sono isole e dietro di loro un continente»; e Plinio nota «che tutto l’Occidente al di fuori delle colonne d’Ercole è ormai osservato ed esplorato».

Ma anche piante come il mais o l’ananas, la cui diffusione in Europa è fatta risalire alla scoperta dell’America, in realtà, come è ampiamente descritto nel volume, erano presenti nel Mediterraneo già in epoca romana. Nel volume vengono esaminate anche diverse culture che con il mare ebbero un rapporto importante, come quella babilonese (che è all’origine del calendario e del concetto di latitudine e longitudine), quella indiana (che nell’antichità sviluppa eccezionali strutture portuali ed estese i suoi commerci in tutto l’oceano Indiano) e quella polinesiana, che fece della navigazione la base della propria organizzazione sociale: tutte elaborarono in maniera molto simile la scienza della navigazione. I Romani non furono i soli a giungere nel Nuovo Continente: la genetica ha fornito prove della presenza in America dei Polinesiani, l’archeologia e la letteratura della presenza cinese ed indiana almeno duemila anni fa. Perchè di tutto ciò non ci sono tracce prima di Cristoforo Colombo? Le rotte commerciali, spiega Elio Cadelo, erano segretissime e le mappe non venivano diffuse, avendo un enorme valore economico per i loro proprietari che potevano così avere l'esclusiva per importazioni di prodotti provenienti da terre sconosciute.

Nicolò Carnimeo