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![]() Il mare di Monopoli nei racconti di «Nzino» Saponaro
A Monopoli lo chiamano «Nzino», ma non è solo un diminutivo, indica l’affetto, la vicinanza che si tributa a chi ci appartiene, ci rende orgogliosi, perché il Maestro d’Ascia Vincenzo Saponaro è la memoria vivente dell’intimo legame tra la città e il mare. È nato e cresciuto sugli scali d’alaggio nell’odore di pece e di minio, del legno di quercia bagnato dall’acqua salata dove gli scheletri dei bastimenti ancora oggi prendono vita. E negli anni ha registrato tutti i cambiamenti del porto monopolitano, ha conosciuto uomini e navi, con la curiosità di un ricercatore ha scovato e conservato documenti, profili, mappe, frugato negli archivi per trovare immagini e fotografie sino a ricostruirne l’intera storia e, forse, a catturarne l’anima più profonda.
E quel mondo che senza di lui sarebbe per gran parte andato perduto sopravvive oggi in un volume prezioso dal titolo: «Mare, Marinai e Maestri d’ascia monopolitani», (Editrice Aga, 2009) che segue e completa «Monopoli tra storie e immagini dalle origini ai giorni nostri» opera che anch’io conservo gelosamente nella mia biblioteca del mare.
Il nuovo libro di Saponaro è ricco di storia e di storie, il porto, la cantieristica, la pesca, i capitani «bravi padron» e gli armatori tra cui spicca la famiglia Dormio, ma ciò che affascina sono anche le microstorie. Come quella di due pescatori Natale Ferretti al secolo Sceferr e Vincenzo Monaco Avellin: «Una volta messo il battello a terra – scrive Saponaro – andavano di casa in casa con i loro cesti colmi di scidioni (in italiano donzelle) ancora saltellanti, coperti con un po’ d’erba di scoglio profumata. Il pesce non si pesava: era venduto a mozz (alla buona) o a ciambet cioè a manciate. La loro divisa era una camicia bianca di flanella pesante, con sotto una maglia pure pesante di lana pungente fatta a mano, a volte con un fazzoletto dai colori vivaci annodato intorno al collo. Avellin portava una piccola coppola deformata in testa e un mozzicone di sigaro spento incollato sulle labbra…».
Ed è solo così, salvando dall’oblio la memoria locale che, senza retorica, si costruisce l’identità marinara di un luogo, la sua mediterraneità. Solo così la forma di una chiglia, il colore delle reti, la posizione o il nome di un molo o di una cala, acquistano senso, si riesce a spiegare quel fascino innato, magnetico che subiamo senza comprendere di fronte alla costa o allo skyline del porto. Saponaro ci ha regalato il suo mare.
Nicolò Carnimeo
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