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di Lia De Venere

Il connubio tra le arti figurative e il mare nasce nell’antichità. Nella lunga vicenda dell’arte occidentale tantissimi infatti sono i dipinti che hanno avuto come protagonista il mare, ora calmo e solcato da imbarcazioni, ora impegnato a dar prova della sua irrefrenabile forza distruttrice. Nelle sue acque e sulle sue rive abbiamo trovato di volta in volta esseri di natura divina e orrendi mostri partoriti dalla fantasia degli uomini, pescatori al lavoro e marinai, e dalla metà dell’Ottocento bagnanti da soli o in gruppi intenti a godere dei benefici della talassoterapia. Più raramente invece abbiamo visto raffigurare le creature che popolano le sue acque, se non – soprattutto a partire dalla seconda metà del XVI secolo, quando il genere della natura morta (still-life in inglese, dunque ‘natura immobile’) assume una sua riconosci u ta autonomia – nei numerosissimi quadri in cui pesci, molluschi, crostacei, echinodermi, gasteropodi ovviamente privi di vita e affiancati da altri cibi, vengono adagiati su tavole imbandite destinate apparentemente a soddisfare l’appetito di fortunati convitati, più verosimilmente a fungere da moraleggianti metafore, simboli della vita mondana e della caducità della stessa. Uno dei rari casi in cui le creature marine sono state mostrate in vita e in movimento è costituito da un bellissimo mosaico proveniente da una casa della regio VIII di Pompei realizzato con tessere molto minute, in cui molte specie di pesci e molluschi sono raffigurati in maniera dettagliata e con raffinati effetti pittorici. Il centro del mosaico è occupato dal combattimento fra un polpo e un’aragosta; una murena li osserva pronta ad attaccare con i suoi denti affilati, intorno nuotano una cernia, un gattuccio, uno scorfano, una triglia, una razza, un branzino, un gambero, un calamaro e tanti altri pesci, radunati in una sorta di campionario delle specie viventi nel mar Tirreno.

Le specie ittiche commestibili sono state spesso presenti nell’arte degli ultimi due secoli. Per tutti valgano due esempi molto significativi sebbene molto diversi l’uno dall’altro: la trota di Manet, presa all’amo e già fuori dall’acqua, raffigurazione assolutamente prosaica della morte, e la scatoletta di tonno riprodotta in serie da Andy Warhol e colpevole di aver avvelenato due donne.

Nel secondo Novecento, quando il connubio tra cibo e arte si è incanalato con determinazione nel solco dell’assunzione dell’oggetto nel corpo stesso dell’opera, la situazione è cambiata.
Numerosi artisti negli ultimi decenni hanno cooptato all’interno di quadri, sculture,
installazioni o performance, alimenti di ogni genere, come uova sode (Piero Manzoni), patate (Giuseppe Penone), carne macinata (Vettor Pisani) o a fette (Jana Sterbak), filoni di pane (Pino Pascali), frutta e ortaggi (Mario Merz), burro, lardo, margarina e olio, ma anche vino e miele (Joseph Beuys), sale (Mimmo Paladino), birra, wurstel e crauti (Fabio Mauri), salumi affettati (Wim Delvoye), legumi (Bruna Esposito), caramelle (Felix Gonzales-Torres), maionese e ketchup (Paul McCarthy), spezie (Ernesto Neto), aglio e insalata (Volf Vostell) e zucchero, caffè, cioccolata e torrone (Aldo Mondino). Proprio a questi ultimi due artisti si deve la scelta rispettivamente di teste di pescespada fresco e di teorie di aringhe affumicate per confezionare delle opere la cui vita è stata molto breve e soprattutto travagliata a causa del poco piacevole odore che emanavano.
Prima di loro il belga Marcel Broodthaers aveva stipato in capienti casseruole grandi quantità di valve di cozze per irridere alla predilezione dei suoi connazionali per i frutti di mare; più di recente Damien Hirst, l’enfant terrible della giovane arte britannica, ha collocato in una vasca sigillata piena di formalina uno squalo tigre lungo oltre quattro metri e mezzo, che a latitudini diverse dalle nostre costituisce un alimento pregiato.

Si sa, non di solo cibo vive l’uomo e, dunque, le creature che vedrete in questa mostra e
in queste pagine non appartengono solo alle specie che vivono nelle acque di mari vicini o lontani e che da tempo immemorabile onorano le nostre tavole e deliziano i nostri palati, ma nella maggior parte dei casi sono nate nei laboratori della fantasia.

Non è infatti il semplice piacere di ritrarli che ha spinto gli artisti a rivolgere la propria attenzione verso pesci, molluschi, crostacei,cetacei, uccelli, ma l’intento di farci riflettere almeno per un momento su alcuni dei problemi che rendono inquieto il nostro tempo. Non con la pretesa di suggerire soluzioni a breve o lunga scadenza ma di ricordarci a volte con l’arma aguzza dell’ironia le nostre responsabilità nella costruzione di un futuro migliore.

Come non condividere infatti l’amara constatazione che a monte di C’era, un altorilievo
di cera bianca realizzato da Claudio Cusatelli, non c’è il ricordo della balena di Pinocchio,
quanto la coscienza del pericolo di estinzione che questa specie di mammiferi corre nonostante la messa al bando nel 1986 della loro caccia? Come non solidarizzare con il pinguino di Franco Dellerba, costretto a lasciare il suo habitat e a cercare di ritrovare la propria identità addirittura sul lettino dello psicanalista, visto che di giorno in giorno i ghiacci dell’Antartide si stanno irrimediabilmente ritirando, rendendo l’esistenza di questi strani uccelli sempre più di fficile?

E se Dario Agrimi, esponendo in una teca da gioielleria un piccolo dattero dorato, mitile
prezioso quasi come il nobile metallo, allude con piglio sardonico alla pessima abitudine di consumare– a carissimo prezzo e in dispregio delle leggi vigenti – specie protette, Enzo Guariccico stringe un pesce fosforescente a saltare come un provetto acrobata attraverso un cerchio di gomma vulcanizzata blu Klein, materiale purtroppo indistruttibile e dunque destinato ad inquinare per secoli sia il mare che la terra.

Che dire della strana seducente creatura vermiglia uscita dalle abili mani di Iginio Iurilli,
così simile all’inedito incrocio tra un’actinia equina e un banco di corallo, e della luccicante
costellazione confezionata con silicone in tinte vivaci da Michele Giangrande, se non che sotto
quelle vesti ammalianti si cela l’incubo delle mutazioni genetiche delle specie marine e che
– contrariamente a quanto affermava Linneo – a volte la «natura facit saltus»?
Un mare in scatola si può definire quello allestito da Francesca Stramaglia: una selezione
di confezioni di cartone di prodotti surgelati per dirci senza mezzi termini che molto spesso gli squisiti sapori del mare ci giungono alquanto modificati dai processi di conservazione.
Un intento ludico ha spinto Peppino Campanella a creare un grosso granchio luminoso
di vetro e stagno, niente affatto pericoloso, simbolo lunare per eccellenza ma anche legato ai riti propiziatori della pioggia, così rara nella nostra regione, in cui il legame tra terra e mare è così stretto che Lino Sivilli ha ritenuto di poterlo rappresentare adeguatamente con un poetico ed eloquente paradosso: un’imbarcazione dipinta in silhouette su un telo per la raccolta delle olive e il cui albero reca dei pesci al posto dei frutti.

Una terra – la Puglia – che ha dato spunti proficui al fervido immaginario di Pino Pascali,
uno degli artisti più significativi del secondo Novecento, pugliese di origine, dalle cui sculture di legno e tela prende le mosse Giampietro Preziosa per le sue sedie bianche e nere a forma di coda di balena, che ci invitano a prender posto per intraprendere straordinari viaggi virtuali.